A volte ritornano

Da viaggiatore cerco di applicare la regola generale di non ritornare in luoghi già visitati, ma ci sono delle eccezioni. Kyoto in particolare è una città magnetica, dove torneresti un sacco di volte per mille motivi. Professionali, per vedere quanto continuano a migliorare sul tema della gestione dei rifiuti (ne parlo qua), sociali, per farsi crogiolare dalla proverbiale ospitalità dei Giapponesi, culturali, per continuare l’esplorazione dei mille templi e santuari che non finiscono mai. Ma anche per ritrovare alcune certezze, come quel buffet all-you-can-eat a chilometro zero, che tante soddisfazioni ci diede nell’estate del 2014.

E in ogni caso di motivi per ritornare in Giappone ne avevamo già parlato a suo tempo: Tokyo e il Monte Fuji. L’esplorazione di Tokyo effettivamente procede, poco alla volta. Invece per il Fuji, diciamo che ci stiamo ancora lavorando…

I motivi di una scelta

Scrivo questo post soprattutto come promemoria, per ricostruire e ricordare i passaggi e i ragionamenti che mi hanno portato fino a dove mi trovo oggi. La conclusione, che anticipo, è che ritengo di essere parte di una generazione di passaggio, che così come ha beneficiato al massimo del benessere associato all’ampia disponibilità di energia a basso costo, ha il dovere etico di capitalizzare questo vantaggio e investire al massimo verso il cambiamento. Verso la transizione completa alle fonti di energia rinnovabili.

Correva l’anno 2008, credo, nel pieno di un’ondata di calore estiva, e rientrando a casa dal lavoro (ai tempi in moto) iniziai a ragionare sul perchè non si riuscisse a sfruttare in qualche modo tutta quell’enorme quantità di energia disponibile gratuitamente. E soprattutto sull’assurdità di bruciare petrolio per muoversi, a maggior ragione durante quelle condizioni meteorologiche (girare in moto nel pieno di un’ondata di caldo è molto disagevole, decisamente peggio che farlo sotto la pioggia). Considerazioni quindi legate alle emissioni di inquinanti atmosferici e all’inefficienza di utilizzo dell’energia.

Il primo atto è stato quello di installare un impiantino fotovoltaico, ai tempi ancora molto caro, individuando quindi una formula che consentisse un esborso contenuto. E contemporaneamente iniziare a muoversi sistematicamente in bicicletta per Milano, con l’acquisto della bicicletta pieghevole. Entrambi questi investimenti risalgono dunque all’autunno 2009. Inizia parallelamente l’interesse per le automobili elettriche, da poter ricaricare prevalentemente con l’eccesso di energia fotovoltaica, ma a quei tempi il quadro era ancora desolante. Modelli annunciati, poi posticipati, prezzi fuori mercato (ricordo ad esempio la lunga attesa per la Zoe, che a ripensarci adesso non sarebbe nulla di nuovo…)

Nello stesso anno, 2009, avveniva l’acquisto di una nuova vettura, che a questo punto sarà l’ultima a combustibile fossile, con la ripromessa che almeno la seconda auto di famiglia avrebbe dovuto essere realmente innovativa, non più fossile.

La svolta arriva nel giugno 2013, con la prima Leaf acquistata come una scommessa, ma che diventerà ben presto la prima auto di famiglia in quanto a chilometri percorsi. Alla fine dello stesso anno arriva l’ampliamento del fotovoltaico, visto che 2 kW sono un po’ pochi per ricaricare l’auto. A costi molto più bassi rispetto a soli 4 anni prima, e con una bella detrazione fiscale di cui beneficio ancora oggi.

E siamo al 2016, con la maturità per affrontare l’ultimo salto, la liberazione completa dal motore termico. La nuova Leaf da 30 kWh lo consente, o meglio lo consentirebbe in un Paese con un minimo di infrastruttura di ricarica rapida, cosa che ahimè in Italia stiamo però ancora aspettando. Dunque per fare davvero sul serio esiste una sola possibilità. Questa volta il passo è veramente azzardato, e si compie esattamente il 30 Dicembre 2016. Ma dopo 20.000 km percorsi in sei mesi con il massimo delle soddisfazioni, sono convinto che anche questa è stata una scelta che nel medio-lungo termine pagherà. E che spero, nel mio piccolissimo, rappresenti un ulteriore contributo verso un mondo migliore.

Cieli azzurri, churrasco e… bicicletta

Brasilia è uno di quei posti dove probabilmente non ci andresti mai di proposito, ma nei quali ti ci imbatti per un impegno di lavoro. Sarebbe meglio non arrivarci proprio nella giornata di disordini associati al caos politico del paese, ma in ogni caso la calma e tranquillità brasiliane si sono ripristinate molto velocemente.


Città futuristica a forma di aereo, inventata dal nulla negli anni ’50 e inaugurata nel 1960, su un altopiano a 1000 m nel centro del Brasile dove è stato anche creato per l’occasione un grande e bellissimo lago artificiale che la contorna. Architetture esuberanti e bianchissime, grandi spazi, strade enormi e dunque inevitabilmente poco intasate dal traffico, che rimane scorrevole. Ma nessuna attenzione per pedoni e soprattutto ciclisti, in un periodo storico dove la prosperità portata dalla disponibilità di petrolio a buon mercato e dall’automobile per tutti aveva accecato anche urbanisti e pianificatori. Neppure luoghi di aggregazione, ma anzi una logica di suddivisione delle differenti attività in zone ben specifiche, che obbliga a muoversi sempre con l’auto per qualsiasi esigenza.

Ora un timido servizio di bike-sharing e qualche percorso ciclabile permettono anche qua di esplorare questi enormi spazi in bicicletta, respirando un’aria molto più pulita che nelle nostre città, ma facendo attenzione al sole che, anche in inverno, ti abbrustolisce facilmente.

 

E’ in definitiva un luogo dove i brasiliani ricchi se la godono, ma dove comunque si può anche finire in una festicciola tipicamente sudamericana all’interno di una pseudo-favela…

 

Bye bye oil

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Più di tre anni di esperienza e oltre 50000 km percorsi totalmente in elettrico sono il presupposto per affrontare il grande salto e affrancarsi dal fossile. La differenza tra un mezzo elettrico e uno convenzionale è abissale, e si fa sempre più fatica ad accettare l’impatto e l’inefficienza di questi ultimi. In questi tre anni abbiamo assistito anche al “Dieselgate”, che è solo la punta dell’iceberg di una situazione che abbraccia l’inganno legalizzato (i trucchetti tollerati nelle prove di omologazione) e la truffa vera e propria (il software che riconosce lo svolgimento del test al banco e dunque regola la gestione del motore di conseguenza). La sostanza è che dallo scarico dei veicoli fossili esce molto di più di quanto dichiarato, ed esce ad altezza di bambino tutti i giorni e su tutte le strade. Senza parlare di tutti quei catorci che girano impunemente rilasciando fumate nere ad ogni accelerazione. E questo, per quanto mi riguarda, non è più accettabile nel 2016, quando le alternative esistono eccome.
C’è poi l’altro tema, ancora più grande perché ci coinvolge tutti, del riscaldamento globale che ci sta sfuggendo di mano e degli impegni presi con l’accordo di Parigi. Ciascuno di noi deve dare il proprio contributo alla decarbonizzazione della società, e una delle strade è quella della mobilità elettrica alimentata prevalentemente da fonti rinnovabili.

dueDunque addio al vecchio diesel, che pur tante soddisfazioni ci ha dato, in particolare nel 2012 quando ha rimpiazzato egregiamente il camper, spiaggiato per un’avaria elettronica proprio durante la partenza per la Svezia. Ma ormai i tempi sono cambiati.
E come si risolvono le situazioni dove anche la Leaf 30 non riesce a farcela? Come ultima spiaggia c’è il noleggio, siamo o non siamo nell’era della sharing economy?

Dalle stalle alle stelle

Passare dal Piemonte alla Svizzera è come entrare in un’altra era geologica della mobilità elettrica. Il Piemonte è tristemente noto per essere una delle regioni più arretrate, forse anche a causa dell’influenza di una certa casa automobilistica non proprio votata alla causa elettrica. In Svizzera invece le ricariche rapide sono diffuse e ben posizionate lungo i principali assi viari, e molte attività commerciali dispongono di stazioni di ricarica lenta.
Tra noi e la Svizzera c’è di mezzo il Sempione, 2000 m di quota a 125 km da casa. Siamo al limite anche con la Leaf 30, considerando che fa ormai freddo e che siamo in 5 a pieno carico. Serve dunque un Piano B, ma anche un Piano C e D.
Persone conosciute ad una festa mi avevano parlato di una nuova colonnina a Gravellona, collocazione strategica in quanto non comporta deviazioni. Due settimane di telefonate non mi hanno permesso di venire a capo della cosa, ma ci proviamo lo stesso. Bella colonnina ABB, installata già da tempo, attiva ma non ancora funzionante.
E qua scatta il primo errore. Si devia su Verbania, 12 km fuori dall’itinerario, per fare un po’ di ricarica durante la colazione al bar. La colonnina, già testata una volta, non ne vuole sapere di funzionare, quindi niente rabbocco (o meglio, solo quello alimentare).
Dunque si riparte verso il Sempione, sapendo di essere al limite. La percentuale di carica residua scende in fretta mentre serpeggiamo in mezzo ai colori straordinari dell’autunno. Troppo in fretta rispetto ai km mancanti alla vetta. A meno di 8 km, prima dell’ultima rampa, si scende sotto al 5%, non è saggio continuare, si fa inversione. La navetta ferroviaria è poco più in basso, nella discesa la batteria risale al 17%, ma arriviamo qualche minuto dopo la partenza del treno… il successivo è dopo un’ora e mezza, siamo stati sfortunati. Scendiamo di pochi chilometri a Varzo, dove siamo tecnicamente spiaggiati.img_20161030_133623

Finalmente la navetta, dove almeno ci si può permettere il lusso di tenere accesa l’auto e il riscaldamento. All’uscita dal tunnel siamo nel mondo dorato della Svizzera! Subito una ricarica rapida gratuita, collocata strategicamente all’inizio della salita del Sempione. Ne approfittiamo per pranzare e poi si riparte per i bagni di Saillon. E qua la vera sorpresa positiva del viaggio. Una bellissima colonnina inaspettata, libera e gratuita. Inaspettata perché alla mia specifica richiesta di qualche giorno prima mi avevano risposto che non c’era nulla, ma che sarebbe stata installata in futuro. I sacri siti delle colonnine (Chargemap, Plugshare) effettivamente non la contemplavano. Saremo forse stati i primi ad utilizzarla?

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L’ultima tratta fino a Chamonix passa in scioltezza. Serve il 26% della batteria per superare il Col de la Forclaz, poi si scende, si risale e si riscende ancora. In totale arriviamo con il 58% di batteria residua, e a casa si può anche fare una ricarica di fortuna. Oppure tre prese nel parcheggio pubblico sotterraneo. Non siamo in Italia…

Sulla vicenda Volkswagen

In un mondo occidentale dove l’attenzione alla tematica ambientale è sempre più CO2-centrica, può sembrare strano che questa incredibile vicenda sia in realtà legata ad un altro inquinante, gli ossidi d’azoto (NOx). Tant’è che nei fiumi di commenti che circolano si iniziano a vedere affermazioni del tipo “un semplice inquinante che tutt’al più può generare qualche irritazione dell’apparato respiratorio”.

Ora, è bene chiarire che gli ossidi d’azoto sono inquinanti molto pericolosi per la salute dell’uomo e dell’ambiente, in quanto oltre ad esercitare tali effetti irritanti, sono coinvolti in numerosi altri fenomeni di inquinamento: tra i principali vi sono le cosiddette “piogge acide”, la formazione di smog fotochimico (particolarmente insidioso nelle calde giornate estive), la formazione di polveri sottili. Dunque non c’è proprio nulla da minimizzare, né è possibile abbassare la guardia, soprattutto in aree come la Pianura Padana dove la problematica dell’inquinamento dell’aria è ancora molto rilevante.

Ma a differenza della CO2, dove l’emissione è direttamente proporzionale al consumo di combustibile, gli NOx dipendono direttamente dalla conduzione del processo di combustione, ma soprattutto possono essere abbattuti con appositi dispositivi. Che però sono costosi e implicano ulteriori complicazioni tecnologiche e gestionali nei motori diesel, che già particolarmente semplici non sono. Dunque la scelta di truffare è stata guidata unicamente da considerazioni di risparmio economico, non certo da insormontabili difficoltà tecniche.

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La rete dei Supercharger Tesla prevista per fine 2016 in Europa

Mentre fior fior di intelletto veniva utilizzato per individuare sofisticate tecniche di imbroglio, altrettanto intelletto lavorava, dall’altra parte dell’Oceano, per realizzare nuove sensazionali vetture completamente elettriche, per predisporre una rete di ricarica dedicata ad alta potenza, nonché sistemi di accumulo dell’energia che consentano di ottimizzare la produzione da rinnovabili. Insomma, di rivoluzionare in senso ecologico il trasporto privato su strada, preoccupandosi anche di mettere a disposizione di tutti i propri brevetti.

Viste in quest’ottica, la “strategia” e la “visione” di VW appaiono ancora più deludenti e disarmanti.

Achill Island

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In ogni viaggio che si rispetti c’è un luogo che ti fa raggiungere il climax, e ti consente di ritenerti soddisfatto e appagato. Meglio ancora se si tratta di un luogo inaspettato, e non una delle “due stelle del Touring”, perché così l’effetto sorpresa è ancora più forte. Questa volta lo abbiamo trovato ad Achill Island, un’isola collegata alla terraferma da un breve ponte sulla costa occidentale del Mayo. DSCN8841Altissime scogliere sferzate dal vento dell’Atlantico e raggiungibili inerpicandosi su stradine impervie oppure su scoscesi prati fradici d’acqua, immense spiagge che invitano a gelidi bagni in mezzo a surfisti dotati di muta (facendo attenzione alle pericolose correnti di ritorno), un vasto e rilassato campeggio sul machair, un piccolo sparuto luna park felliniano che alle 23 chiude i battenti, un unico affollatissimo pub con musica irlandese. DSCN8870Luoghi senza tempo, estremamente fascinosi, dove nel passato giungeva addirittura una ferrovia, ora trasformata in percorso ciclabile. Ma dove tuttavia i resti del villaggio fantasma di Slievemore, abbandonato a seguito della grande Carestia, ricordano quanto possa essere duro condurre una vita normale da queste parti.

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English Rose

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Con una di quelle deviazioni improvvisate che ti capitano solo in camper, una innocua sosta per il pranzo nella campagna inglese lungo la strada per Holyhead si tramuta in una scoperta sensazionale. Nella sconosciuta località di Tonimageg, poco ad Ovest di Birmingham, piombiamo nel regno della rosa di David Austin, dove stupendi giardini espositivi invasi da oltre 700 varietà di rose allevate con cura maniacale in un contesto 100% British ci convincono ad acquistarne una, che diventerà la mascotte del viaggio